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Il reportage del giornalista autore del sito "Fortress Europe" da Bengasi


Il cimitero dei martiri e il disertore di Ijdabiya


Viaggio a Benghazi, 26 marzo 2011

Saleh Khamis Elanuani era venuto a portar via la famiglia di suo zio dall'inferno. All'ultimo check point controllato dai ribelli l'avevano avvertito dei rischi, ma non aveva altra scelta. Doveva portarli via prima che i miliziani di Gheddafi prendessero il controllo della città. Sono passati tredici giorni da allora e la sua macchina Toyota Camry bianca, è ancora ferma sul ciglio della strada davanti alla moschea della porta est della città. La portiera aperta, crivellata di colpi. Saleh invece giace senza vita in una cella frigorifero dell'ospedale di Ijdabiya. Quando Abdallah gli solleva il lenzuolo dal volto, mi giro dall'altra parte per allontanare dagli occhi l'immagine del cervello che gli esce da dietro la testa. Gli hanno sparato alla nuca. Un colpo solo. Giustiziato. La vita di Saleh è finita così. Abdallah si avvicina e lo bacia sulla fronte. È un martire, dice con un misto di commozione e di sollievo. La verità è che è finita. L'assedio di Ijdabiya, dopo 13 giorni di combattimenti è cessato stanotte.
 

 

 

Generazione revolution: da Benghazi a Lampedusa

 
A volte una chiacchierata aiuta a chiarirsi e a chiarire le idee. Soprattutto quando l'interlocutrice è una come Alma Allende, che è una che ha seguito tutta la rivoluzione in Tunisia per il sito Rebelion. Le domande sono le sue, e le risposte le mie, che da due settimane sto qui a Benghazi con i ragazzi della rivoluzione. Dove sta andando la Libia? Perché in giro tutti gridano al complotto americano o islamista? Quale è stato il ruolo dell'informazione? Si può essere imparziali in un posto come questo? E infine Lampedusa. La Libia c'entra davvero qualcosa il boom degli sbarchi delle ultime settimane? Leggi l'intervista.
 

 

Il coraggio di Ahmed e i nostri malintesi

 

Viaggio a Benghazi, 23 marzo 2011

Sua moglie glielo aveva detto di parlargli. E anche i fratelli avevano insistito che lo bloccasse. Ma la verità è che Hasan non era mai stato così fiero di suo figlio Ahmed come quel giorno, quando gli disse che si univa al fronte per liberare il paese. E lo lasciò andare con la sua benedizione. Come padre, apprezzava quel coraggio e quella generosità. Partire a 24 anni come volontario, con una laurea in medicina e senza armi, per curare i feriti di guerra, in nome della libertà. Sono passati 13 giorni da quando se ne è andato. E oggi suo padre è la prima volta che viene a cercarlo al fronte. A cercarlo sì, perché nel frattempo Ahmed è finito nella lista dei dispersi. Dicono che sia stato fatto prigioniero a Ras Lanuf. Ma sono solo voci. La verità è là davanti. Tra il deserto e il mare, dove si leva alta nel cielo una colonna nera di fumo, alle porte di Ijdabiya, 160 km a sud di Benghazi. La strada davanti a noi è chiusa da una transenna. Entrano soltanto le macchine degli uomini armati. Siamo a Zuwaytina e la guerra è lì davanti, dopo la curva, saranno cinque chilometri. Dalla corsia opposta tornano dal fronte le auto dei rifornimenti e i civili in fuga da Ijdabiya. Una folla di curiosi sta a guardare. Mentre Hasan discreto, chiede in giro se qualcuno conosce suo figlio. Ma le notizie che arrivano fanno solo rabbrividire.
 

One two tre merci Sarkozé

 

Viaggio a Benghazi, 21 marzo 2011

“No all'ingresso degli stranieri”. È scritto di rosso su uno sfondo bianco con su disegnata una montagna di teschi neri sorvolata da un elicottero da guerra. È il manifesto più grande sotto il tribunale di Benghazi. Oggi in piazza sono in migliaia e l'hanno sistemato bene in vista, perché finisca dentro l'inquadratura del cameraman di Al Jazeera, che dal terrazzo del palazzo di fronte filma i manifestanti il giorno dopo il bombardamento degli alleati. I manifestanti non vogliono l'occupazione militare, sanno bene cos'è diventato l'Iraq. Quegli stessi manifestanti però nella stessa piazza sventolano la bandiera francese cantando a squarciagola slogan sgrammaticati tipo: “One two tre, merci Sarkozé!” oppure “Shukran marra thania lil Faransa wal Britania!”. Ovvero “Un due tre, grazie Sarkozy”, e “Grazie due volte alla Francia e all'Inghilterra”. E tra la folla c'è addirittura qualcuno che pronuncia frasi impensabili fino a pochi giorni fa, del tipo: “Ringraziamo dio e gli Stati Uniti d'America!”. Forse non piacerà ai tanti che in Italia credono giustamente alla cultura della pace e che quindi si oppongono per principio all'uso della guerra come strumento per la controversia dei conflitti internazionali. Ma queste sono le parole della piazza di Benghazi, e che ci piacciano o meno, vanno raccontate. Per capire da dove nasca questo improvviso amore per Francia, America e Gran Bretagna, basta fare una gita fuori porta.
 

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