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Il timore per un grande flusso migratorio e i dati sul commercio delle armi con il Paese in due articoli di Gabriele del Grande su Fortress Europe;
Non disturbiamo i dittatori, Luciano Ardesi su Nigrizia
Un Bambino di nome Facebook, su webnews il nome di un neonato nell'Egitto della caduta di Mubarak sottolinea l'importanza dei nuovi media nell'incrinare la chiusura ed il controllo sociale dei regimi autoritari
Qualche considerazione sul secondo esodo biblico annunciato
Come italiani sappiamo sempre distinguerci. In peggio. Da un lato c'è Gheddafi che ordina ai reparti dell'esercito ancora fedeli di massacrare la gente. Dall'altro c'è il popolo libico che eroicamente si scaglia contro i proiettili deciso una volta per tutte a liberare il paese dalla morsa della quarantennale dittatura. E in mezzo c'è l'Italia, la cui unica preoccupazione è il tappo agli sbarchi. Siamo davvero un triste paese. Pensate che in queste stesse ore a Tunisi e al Cairo sui social network si organizzano carovane di solidarietà per sostenere la rivoluzione dei libici! Sarà che abbiamo perso il gusto della libertà e della lotta. O sarà invece che siamo talmente razzisti da ritenere le genti della riva sud non ancora pronti, o per sempre inadatti, al vivere democratico. Mi ero ripromesso di non affrontare la questione prima di vedere quello che sarebbe accaduto. Ma sono state dette e scritte talmente tante fesserie, che qualche riflessione vale la pena condividerla. Perché non ci sarà nessuna invasione. Possibile che tutti si siano dimenticati che già prima del 2009 Gheddafi non esercitava nessun tipo di controllo alla frontiera e che al contrario la polizia, corrotta, incoraggiava gli imbarchi per l'Italia? E poi chi ha detto che il milione di stranieri in Libia si trovino lì per venire in Sicilia? E soprattutto, da quando i giornalisti raccontano i fatti prima che accadano? Sarà un dettaglio, ma mentre tutti gridano all’unisono all’esodo biblico, dalla Libia ancora non si è visto arrivare nessuno. Almeno via mare.
Pecunia olet
Da stamattina provo a chiamare in Libia ma senza riuscirci. Devono aver spento la rete telefonica, dopo che già avevano disattivato internet due giorni fa. Le poche notizie che arrivano da Tripoli fanno semplicemente rabbrividire. Il leader della libertà, come lo chiama chi ci governa, ha ordinato l'uso dell'artiglieria pesante sui manifestanti! Hanno mitragliato le folle in piazza dagli aerei! E lanciato bombe dai carri armati! Ormai sono le più alte cariche libiche all'Onu a chiedere al mondo di fermare il massacro annunciato ieri in tv da quello che doveva essere il figlio riformista del colonnello dittatore, Saif el Islam. A questo punto una domanda sorge spontanea: chi ha venduto a Gheddafi le armi con cui oggi massacra il proprio stesso popolo? Qualche risposta viene da questo rapporto dell'Archivio Disarmo. Prendetevi la briga di leggerlo.
Nord Africa / Il fallimento della politica euro-mediterranea
Non disturbiamo i dittatori
Sembra essere questa la parola d’ordine che ha guidato l’Europa nei rapporti con la sponda sud del Mediterraneo. La lotta al terrorismo, il contenimento dei migranti e una miope idea di “stabilità” hanno eliminato dall’agenda i diritti umani e la democrazia. Per cui, di fronte ai cambiamenti in Tunisia, Egitto e Libia, c’è un evidente imbarazzo europeo. Anticipiamo questa analisi pubblicata su Nigrizia di marzo.
Un bambino di nome Facebook
Il suo nome è “Facebook Jamal Ibrahim“. La sua nascita sarà ricordata come un segno miracoloso della vita che risorge dopo la caduta di Mubarak. Saranno in molti a chiedergli l’amicizia. E soprattutto saranno in molti a stringere la mano ai genitori per una scelta tanto coraggiosa ed intrisa di patriottismo. C’è da sperare che sia felice del proprio nome anche il ragazzo, quando un giorno potrà rendersi conto della cosa.
La notizia è stata pubblicata dal giornale egiziano Al-Ahram ed è giunta oltre frontiera grazie alla traduzione da TechCrunch. La storia è quella di un bambino egiziano al quale, per ricordare la storica rivoluzione che ha soverchiato il regime nel paese, è stato dato il nome “Facebook”. Trattasi di un omaggio, un segno di gratitudine: Facebook è stato infatti uno dei protagonisti della rivolta, è stato lo strumento con cui la rabbia è stata veicolata verso le piazze, è stato il canale che ha unito le persone in un coro unico. Facebook è stato il punto di riferimento per le azioni sovversive di Wael Ghonim ed ha rappresentato l’omologo virtuale di quel che il paese ha riversato in piazza Tahrir.










