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Si è svolta per il settimo anno consecutivo l'iniziativa animata da adolescenti e giovani verso la Giornata della Memoria. La lettera di un ragazzo.

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 Al Quadrifoglio, venerdì sera 20 gennaio, si è svolta con grande partecipazione di comunità la serata intitolata “La memoria e la pace”. Il Comitato “Insieme per la qualità della vita”e il Centro sociale di Barco, l'A.N.P.I. Ferrara, la Circoscrizione 3 Comune di Ferrara hanno rinnovato per il settimo anno consecutivo un appuntamento importante realizzato dalle giovani generazioni, un impegno teso a fare memoria con diversi linguaggi artistici e a costruire consapevolezza sulle radici della convivenza e dello stare insieme.

Letture, musica e danza animate dai giovani hanno aperto anche quest'anno le celebrazioni verso la Giornata della Memoria, un momento di valore sociale che ha coinvolto studenti e gruppi giovanili in un percorso sulla memoria per creare un ponte tra il passato e il presente.

In scena i gruppi giovanili di Gibo, dell'Urlo, della Parrocchia San Pio X, A.S.D. “Play & Sport Ferrara” di Silvia Sarto, il “Piccolo Ensemble” Carducci di Alessandra Morelli, con gli alunni dell'Istituto Comprensivo “Cosmé Tura”. Ha presentato Gian Paolo Giberti, Comitato “Insieme per la qualità della vita”. Sono intervenuti sul palco Marco Ascanelli, ANPI Barco, Ferruccio Mazza, testimone ex deportato e socio storico ANPI, Flavio Rabar, Associazione Partigiani Cristiani, Anna Quarzi, direttrice Istituto di Storia Contemporanea Ferrara. La serata ha restituito un mosaico di suggestioni, spunti di riflessione ed esperienze dei ragazzi: dalla ricerca delle fonti sulle leggi razziali e il censimento degli ebrei del 1938 all'archivio storico comunale di Ferrara al laboratorio alla Scuola di Pace di Montesole a Marzabotto. Un esercizio d'insieme che ha continuato a porsi domande sulle realtà di guerra e sui totalitarismi frutto del pensiero unico al vertice, sulla mancanza dei diritti umani, in Italia e nel mondo.

L'appuntamento celebrativo porta avanti un percorso educativo culturale iniziato nel 2006 con il viaggio della memoria degli studenti di terza media dell'Istituto “Cosmé Tura”, tappa il 5 aprile ai campi di concentramento di Auschwitz Birkenau. Ogni alunno ha poi scritto le proprie riflessioni: ne è scaturito un libretto che è stato consegnato all'ANPI di Barco e Provinciale. Pubblichiamo di seguito un prezioso contributo che ci è stato inviato.

Lettera di viaggio

Matteo Taddei - III F

Auschwitz - 5 aprile 2006

Ancora adesso, a distanza di più di due settimane dalla visita al campo di concentramento di Auschwitz, raggela il sangue nelle vene al pensiero di quei luoghi freddi e paludosi che neanche a noi hanno riservato clemenza, accogliendoci con numerosi e freddi fiocchi di neve. Spesso si sentono associare tutte le persone decedute nei campi di concentramento a dati numerici, cosa che io disprezzo. Non è possibile rappresentare la morte con un numero, una sterile unità di misura adottata dall’uomo per quantificare cose assai meno importanti, come il denaro, che di questi tempi sembra l’unica fonte di sostentamento per ogni essere umano, mentre in realtà quella più preziosa è l’amore.

L’amore materno, una carezza dalla persona che si ama, o semplicemente l’essere sfiorati dal vento della propria patria, questi sono i veri valori della vita di una persona. E quando zingari, omosessuali, malati mentali ed ebrei vennero deportati nei campi di concentramento, vennero loro negati sommariamente, insieme alla razione quotidiana di cibo, alla presenza di parenti e amici, alla luce del sole e del suo calore, ma soprattutto di una vita degna di tale nome.

Ad Auschwitz ho avuto modo di vivere emozioni che rimarranno impresse nella mia mente per la mia intera esistenza. Specialmente davanti a quelle enormi vetrine dove erano raccolti in grandi quantità gli oggetti personali degli sventurati capitati nelle mani di persone che inseguivano un folle scopo, cioè quello di eliminare completamente un popolo solo per la sua diversità. Anche davanti a quelle foto, dove erano impressi volti privi di speranza, solo in attesa della morte, che spesso era un sollievo alla tremenda sofferenza patita, veniva voglia di piangere.

 

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